L’utilità del training cognitivo contro le demenze

12 gennaio 2017
L’utilità del training cognitivo contro le demenze

L’invecchiamento comporta un progressivo cambiamento di alcuni aspetti quali memoria, attenzione, concentrazione, linguaggio. Tali cambiamenti sono osservabili sia nei soggetti sani, sia in coloro che sviluppano un declino cognitivo lieve, o malattie più gravi come l’Alzheimer, per cui non vi sono ancora farmaci efficaci. Dato il forte incremento dei casi di demenza negli ultimi anni, è prioritario individuare nuove strategie non farmacologiche e interventi psicosociali utili a prevenire o ritardare l’insorgenza delle malattie neurodegenerative.

Recentemente la letteratura scientifica ha evidenziato la possibilità di recuperare e potenziare alcune funzioni cognitive anche in età avanzata, seguendo programmi che includono stili di vita fisicamente e mentalmente attivi, anche nello svolgimento delle attività quotidiane. Lo studio “My Mind: gli effetti del training cognitivo per anziani”, rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze che non comprendano l’uso di farmaci. Finanziato nel 2012 dal ministero della Salute e cofinanziato dalla Regione Marche, il progetto è stato coordinato dall’Unità operativa di geriatria dell’Irccs Inrca - Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico per anziani di Fermo. Per un periodo di tre anni ha coinvolto più di 300 persone over 65, con l’obiettivo di sperimentare l’effetto di un programma di allenamento mentale - “training cognitivo” e multidimensionale - sul mantenimento e recupero delle abilità intellettive e della memoria in tre diversi gruppi di anziani con diverso stato cognitivo.

Il campione ha compreso persone sane, interessate a imparare alcuni metodi per evitare la perdita della memoria, soggetti affetti da lievi disturbi, una forma pre-clinica di demenza nota come Mci - Mild cognitive impairment, e malati di Alzheimer di tipo lieve o moderato. Per ogni gruppo, di circa 100 persone ognuno, è stato effettuato uno studio randomizzato. Una metà ha eseguito l’intervento di training, mentre l’altra metà, il gruppo di “controllo”, ha ricevuto periodicamente alcuni semplici consigli per migliorare la memoria.

Il programma testato include l’apprendimento di tecniche mnemoniche, di concentrazione e di orientamento, di categorizzazione delle informazioni, oltre a strategie per ricordare eventi e appuntamenti, unite a metodi per utilizzare la scrittura in modo da memorizzare più efficacemente, anche attraverso l’uso di liste, calendari e agende. Fino alla creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Fanno parte del programma anche alcuni dei passatempi più comuni, come le parole crociate, le carte o il sudoku, adatti per i soggetti cognitivamente meno compromessi. Il vantaggio di questo tipo di programma è di non avere effetti collaterali o controindicazioni, oltre a essere altamente modulabile, con esercizi mirati per il singolo caso. Per proseguire gli esercizi anche a casa poi, lungo l’arco delle attività sono state fornite le istruzioni per applicare nella vita quotidiana - ad esempio nello stilare la lista della spesa - le tecniche imparate con gli esperti, in autonomia o con l’aiuto dei familiari.

La rilevazione dei risultati è stata prevista in tre diversi momenti: la prima in concomitanza con il termine dell’intervento, la seconda trascorso un periodo di sei mesi e la terza dopo due anni. Comprende una valutazione dello stato affettivo e psicologico, di quello cognitivo-funzionale, la percezione del supporto sociale ricevuto e delle variazioni nello stile di vita. I risultati ottenuti al primo follow-up, pubblicati sulla rivista scientifica Rejuvenation Research, sono soddisfacenti.

Al termine delle attività, il 70% dei soggetti con Alzheimer ha avuto un significativo miglioramento delle performance e dello stato psicologico, in particolare nella batteria Adas - Alzheimer’s disease assessment scale, che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. Risultati promettenti, anche in un’ottica di prevenzione della malattia. Nei soggetti affetti da Mci, con lievi disturbi di memoria e concentrazione, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità cognitive che, come dimostrano numerosi altri studi, influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno. Un dato che sale ben all’81% nei soggetti sani. Effetti positivi sono stati riscontrati anche sull’umore, il livello di stress e il benessere percepito. Molti anziani infatti hanno manifestato il desiderio di proseguire le attività anche dopo la fine della sperimentazione.

Un approccio multidisciplinare. Per comprendere più a fondo quali siano gli stili di vita più adatti a mantenere alte le performance cognitive, lo studio ha coinvolto un’équipe multidisciplinare che comprende anche l’Unità di Biochimica, il Centro studi e ricerche economico-sociali per l’invecchiamento, il Centro di ricerca traslazionale nutrizione e invecchiamento e l’Unità di Neurobiologia dell’invecchiamento tra le sedi Inrca di Ancona e Fermo.

Fonte: sole24ore

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