Curiamo il malato, perchè ritrovi lo star bene; curiamo il sano, perchè resti in salute.Cura come protezione dal male
Quando un altro soggetto sta con noi in relazione asimmetrica, accade che noi ne dipendiamo o che lui dipende da noi. Se ne dipendiamo, possiamo da lui esser presi in cura, se dipende da noi possiamo prenderlo in cura. Qui lasciamo da parte il primo caso, che pure possiede una propria declinazione, e prendiamo a considerare il secondo, quello più comune, quando si parla di cura. Si parla infatti di cura soprattutto dal punto di vista di chi cura, perché si presuppone per lo più che il soggetto curato sia passivo. In realtà, si commette, così pensando, un errore clamoroso, ma per ora lasciamo in sospeso questo tipo di sviluppo.
Chi cura protegge colui che cura dal negativo, cioè dal male per lui, abbiamo già anticipato. Egli cura che il soggetto in cura ritrovi lo star bene, se lo ha perduto, o permanga nello star bene, se già possiede il bene. Chi cura, se veramente cura, è dunque un essere per altri, giacché la sua mira è il benessere d'altri, non il proprio star bene (che pure inevitabilmente accade; lo si è detto). Perciò chi cura deve prendere sempre altri come fine, e mai semplicemente come mezzo. Ma questo implica che il fondamento del suo agire sia il bene d'altri. Implica cioè che tutte le proprie azioni di cura traggano senso dalla realizzazione della fioritura dell'altro. L'altro è così per lui fonte di senso. Deve dunque essere ascoltato in un modo speciale. Quel modo che è declinabile quasi come l'ascolto del proprio "signore". La "fonte di senso" è infatti qualcosa di simile al "signore". Origina e quindi padroneggia la direzione dell'azione.
Solitamente diciamo di curare chi è "malato" o è esposto facilmente al male possibile (come accade ai bambini). Per la verità oggetto di cura è anche il "sano", ma nel caso del "sano" la cura consiste, semmai, nell'aiutarlo a restare in salute. Nel caso del malato, la cura consiste invece nel fargli riacquistare la salute. Ed è questa la difficoltà più grande per chi cura. Liberare dal male non è mai, infatti, in nostro potere. Possiamo, nel migliore dei casi, aiutare altri a liberarsi dal male, perché il male è prima di tutto qualcosa che ha a che fare con l'esercizio della nostra libertà. E solo dopo, il male è anche male fisico. Il male più grande e più profondo è il male dell'anima. Sempre o quasi sempre ci si ammala nel corpo, perché ci si è ammalati nell'anima, almeno nell'Occidente opulento, che ha sconfitto per gran parte gli attacchi "esterni" al corpo, ma è diventato fragilissimo rispetto agli attacchi interni. Non ci si ammala più di malaria o di tubercolosi, però ci si ammala di depressione e di altre turbe psichiche o ci si droga, cioè ci si procura, volenti nolenti, turbe psichiche e male fisico.
Fonte: www.fondazionezoe.it/code/14073
A cura di Carmelo Vigna



